Archivi categoria: Numero 17

L’elenco degli articoli apparsi nel numero 17 della rivista di “Oltre il Giardino”

Essere felici è essere

Non so scrivere di ciò che non sono, mi accingo a dire ciò in cui credo.
Di “felicità” ho cercato la definizione, spaesata nel tentativo di esprimere a riguardo, capace di rifletterne l’essenza; allora ho pensato che risiede in ogni gesto gentile, appagata in un gesto d’amore o semplicemente umano: scorre, fluisce, si genera da sé e dalla consapevolezza di all’istante in cui la gioia è all’apice.
La sensazione felice di un cuore che resta sospeso in una risata in attesa di ripiombare nel petto, una corsa alla luce in cui non si teme di voltarsi indietro a sorridere a chi condivide quella corsa, senza perdere il respiro avverso al vento libero di solleticare lo stomaco; le lacrime agli occhi.
La felicità innalza, arriva e basta e non si arresta.
Posso dire che in una giornata oppressa mi ha fatta gioire vedere un anziano signore ancora seduto abbracciato di fianco alla sua amata, su una panchina al di sotto dell’ombra di alcuni alberi oltre la ringhiera, a sostenerla stanca dopo una passeggiata al sole. Non è la prima volta che li vedo.
Penso che la felicità si trovi nell’equilibrio del non vedersi un peso, nell’essere liberi di provare il volo anche quando è flebile la speranza, quando ciò che divide dall’essere stabile è un masso velato oltre lo specchio d’acqua che talvolta allegorico annega la gola colma di un bianco silenzio.
Ciò in cui credo è che la felicità si leghi all’anima mostrando sugli occhi l’essente scintilla.
Essere felici è essere.
Un frangente.

Giusy Puglisi

Un buen retiro

Il “mio Buen Retiro” è un angolo malfamato di Como, del lago di Como.
È un angolino nascosto su una malconcia panchina dietro il chiosco ai giardini a lago.
Il chiosco di Roberto.
La zona è molto ben frequenta da spacciatori, extracomunitari (Svizzeri e Americani), barboni, alcolisti anonimi(?), badanti ucraine, donne delle pulizie ghanesi in cerca di avventure, prostituzione maschile e varia umanità.
Purtroppo c’è anche un parco giochi, una giostra e un trenino e dei bambini allegri che giocano dopo aver mangiato lo zucchero filato che rovinano il clima idilliaco di una rissa tra africani e poliziotti.
Io però mi rilasso (quasi) felice, specie al tramonto quando i bambini finalmente vanno a casa e aumentano i fumi ‘stupefacenti’.
Si perché questo posto è ‘stupefacente’ così come la vita, la mia vita, nel bene e nel male…e chi può dirlo cos’è bene e cos’è male…forse nessuno (Ulisse), come quell’avventuriero che ha resistito anche al canto delle sirene… o forse no…
Ad Abbondio, ciao.

Gagarin
(ho paura dei giostrai).

La felicità in un raggio verde

Ogni tanto partecipo alle riunioni di redazione della rivista, ‘Oltre il giardino’, presso l’ex ospedale psichiatrico San Martino, a Como. Sotto la testata della rivista, leggiamo: «Cronache e testimonianze dal disagio mentale al benessere». Il poeta, scrittore, Mauro Fogliaresi e il fotografo Gin Angri, hanno dato vita a un percorso articolato che nasce dell’interazione del gruppo redazionale: idee, progetti, tra cui la ‘Libera università del tempo ritrovato’. Qualche settimana fa mi è stato chiesto di contribuire al nuovo numero che tratta il tema felicità. Non so dire della felicità, ma potrei partire da cosa non lo è: isolamento, disperazione. Eppure, anche questi stati d’animo possono incontrare spiragli di luce. Sono andato con la mente al sorriso di un clochard quando Ezio, un amico che non c’è più, si era fermato a due passi da Piazzale Loreto a parlare con l’uomo, sanguinante e logoro, sdraiato a terra, prendendo la sua mano per rialzarlo. Qualche secondo, eppure nella ferita del corpo e dello spirito la vita tornava a pulsare; sul volto, ecco il raggio improvviso di cui parlava Baudelaire a proposito dell’eternità. Cos’è l’eterno, per noi che abbiamo una vita a tempo? Ricordavo anche il dialogo tra Fedro e Socrate che passeggiando scopre, improvvisa, la bellezza: “Com’è ricco di foglie e alto questo platano! E quell’agnocasto, che coi lunghi rami gitta una così bell’ombra, ha tanto rigoglio di fioritura da riempire del suo profumo tutto qui intorno. E come è graziosa questa fonte, che scorre sotto il platano, d’un acqua così fresca, come attestano i nostri piedi!”. Socrate incontra quello che la natura svela, la Grande Madre che è la ciclicità del tempo e dell’essere, ed è felice. In un certo senso, è la felicità a ricercare noi e non noi la felicità; accade che la ricerca della felicità sia in realtà smarrirla, perderne le tracce. Nel capolavoro di Ibsen, ‘Il costruttore Solness’, si narra la vicenda di quest’uomo che dopo avere lucrato alle spalle della moglie, cerca la felicità nel rapporto con la giovane Hilde per fuggire al tempo – l’angoscia della vecchiaia – restandone prigioniero. La felicità irrompe nella nostra vita senza preavviso. Quando il bambino escluso dal gioco guarda il campetto di calcio dove si gioca una partita, tu di qua, tu di là, prova una solitudine profonda. Ancestrale. Chi sono? Cosa faro’? L’essere al margine, suona come un esilio senza ragione. Lui, non si annuncia: guarda, attende, perde la speranza. Ma, inaspettata, la voce di uno dei piccoli giocatori – l’aveva guardato piu’ volte senza che se ne accorgesse – gli dice di entrare. Un’esortazione che vuol dire, «tu ci sei, vieni!». La felicità non puo’ che lambire le contraddizioni, una visione drammatica che tiene insieme quello che ai nostri occhi appare separato e lontano. Opposto. La giornata di sole che diciamo bel tempo e quella dove la pioggia scorre, che per noi è – esteticamente – brutto tempo, rappresentano una delle tante varianti possibili. Molto, si fonda sul riconoscere. Questo, per Pessoa è anche «sentire tutto in tutte le maniere, e non essere nient’altro, alla fine, se non la comprensione di tutto». Ancora Pessoa: «quando l’uomo si innalza a questa vetta, è libero, come su ogni vetta è solo, come su ogni vetta è unito al cielo, cui è mai unito, come su ogni vetta». Se parlo dell’attesa, dei sentimenti di attesa, è immaginare lo spazio dove temperando la parola e l’agire sulla vita – il fare – si realizza un’idea di felicità che passa da zone indefinibili e sorprendenti. Radure senza sentieri. E il tempo, qui, cosa esprime? Kundera, ne dà prova nel romanzo, ‘La vita altrove’. «La cosa che affascinava Jaromil era la docilità del corpo della ragazza. Fino a quel momento i suoi contatti con il corpo femminile erano stati come lunghi viaggi in cui lui raggiungeva progressivamente varie tappe: ci voleva del tempo prima che la ragazza si lasciasse baciare, ci voleva del tempo prima che lui riuscisse a posarle la mano sul seno…». Ecco, il tempo tra due persone e il loro destino. Un’improvvisa libertà, conturbante, quella della felicità, quasi ad averne timore. La felicità è un attimo prima di esserlo, quando bussi a una porta e aspetti di vedere qualcuno che non senti da anni. Una soglia, un pensiero affetto, riprendendo Aldo Gargani. A volte, è presente nel racconto di un amico che esprime le sue emozioni, qualcosa che ci tocca allo stesso modo di chi narra un viaggio e nel farlo ci dona immagini, visioni. L’impressione è che sia un viaggio comune, seduti dietro il finestrino del treno. Un viaggio condiviso. Credo che la felicità sia una specie di confluenza di diversi fattori, pensiamo a un metallo composto da sostanze differenti che a un certo punto trovano una sintesi. Uno stato di grazia. Tenuto conto di tutto questo e di quanto ancora non si è detto, riprendo il cenno iniziale sulla possibilità che un gesto, uno sguardo, possa per un momento rompere delle realtà disperanti. Nel suo ultimo lavoro, ‘Proclama sul fascino’, Dario Bellezza, da tempo malato di aids (allora non c’erano cure efficaci) si confronta con una finitudine sempre più arrembante. Sconta l’isolamento, vive in una stanzetta affidandosi a un elettrostimolatore. Ma, ancora una volta, accade un evento inaspettato: l’incontro con un bambino e il suo cane in un’agenzia – mondo. Leggiamo il testo che lo descrive: “Dentro un’agenzia di viaggi/si abbandona il mondo/ piu’ forte nel profondo/ batte il nostro cuore. / La salvezza/ all’istante / lo sguardo esitante / di un bambino festante /al suo cane adorato/”. Per un attimo la malattia e il limite che questa pone si dissolvono nello sguardo del bambino: la vita continua a due passi dal poeta che la fa sua. Mi è capitato di rivedere dopo anni il bel film di Eric Rohmer, ‘Il raggio verde’, l’ultimo della serie Commedie e Proverbi. Dopo tanto peregrinare, delusa, depressa, Delphine, la protagonista, spostandosi da Biarritz a Saint-Jean- de-Luz sente l’avvento di una felicità che giunge prima di un significato riconoscibile. Tutto quello che ha fatto prima, apparentemente senza esito e sbocco porta a quel momento che ricorderà per sempre. Un frammento di felicità. Noia, solitudine, sono state un passaggio utile per arrivare a un punto di svolta insperato. Sulla spiaggia, con Jacques, è il luogo della verità: al tramonto sul mare, il raggio verde riesce a riconciliare lei da se stessa. Come quel raggio di Baudelaire, eterno, precipitato per mezzo secondo nei nostri occhi.

Massimo Daviddi

Il sole negli uragani

Dall’Alto lago, CPS e CD di Dongo, guizzano come saette lente e scintillanti, faticate, queste parole: l’enorme difficoltà a rappresentarla la felicità, si sente, per altri è solo una vocina del passato tenue, una vocina nostalgica, oppure si trova la felicità in piccoli attimi, in gesti impercettibili, un sorriso di un bimbo di sfuggita, altri ancora mettono l’accento sull’accettare quello che viene, propositivamente, o raggi e barlumi di sole negli uragani.
Buon lavoro Signori di “Oltre il giardino”!

Nicola Giovenzana