Coraggio, paura, poesia

«L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.» (Giovanni Falcone)

«La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti.» (Paolo Borsellino)

Non so se per coraggio o impudenza, ma se ha un valore la fragilità, allora… So che quando vent’anni fa ho portato la poesia dentro un ex manicomio, gli psichiatri mi hanno preso un po’ per matto e gli altri addetti, un po’ snobbato; ma la poesia sta nelle cose più vere e l’autenticità non prevede psicoterapia. Perché la poesia non si compie solo nella scrittura, anzi si concepisce nel silenzio e nel silenzio, accarezzata dall’inconsolabilità del vivere, prende coraggio.
La poesia.
La poesia che se non salva la vita, quantomeno fa vivere meglio. Scrivere liriche e frequentare la poesia sono due stati di grazia diversi. Scrivere poesie senz’altro allieta, è come pettinare un campo di papaveri dopo aver soffiato sulle nubi. È un opera che si compie in modo naturale nel processo alchemico di fermentazione del creato che già gravita (gravida) dentro di noi. La natura che prende possesso delle cose: questo è più nello scrivere, ma prima di questo possesso c’è il vivere la poesia e frequentarla: una delle forme più alte di libertà. Vivere la poesia vuol dire averla dentro e non necessariamente usarla non avere fretta che l’humus si faccia fiore o frutto/ non disporre di lei solo  in funzione del proprio ego: ma giocarsela dentro con rigore, incanto, disincanto, gioco.
Quando si ha questo stato di grazia, che io non vivo elitariamente ma in modo giocoso, solidale, allora capita che si possa andare in bagno a leggere il giornale o mettersi le dita su per il naso pur rimanendo poeti. Già! Non vorrei che la voce “poesia” fosse inscritta in un quadretto beatificante: perchè incontrare la poesia è mistico e religioso, ma anche anarchico/ ribelle, è andare controcorrente rispetto agli aspetti più ordinati, abitudinari, omologati del vivere comune.
Con Oltre il giardino abbiamo frequentato la poesia rapportandoci con i matti, i sani, gli euforici e i depressi, i dotti ed i malati: ed è vero che dopo tanto confronto ti senti più affine agli ultimi/ ai penultimi, ai nascosti/ ai perdenti/ agli emarginati. Ma perchè sposare il bello in un luogo destinato al brutto, al trasandato? Perché la circonferenza del bello e del coraggio ha l’assoluto condiviso e solidale nella rotondità di un abbraccio,  ed è sposando un mondo pigro e senza spigoli che elogia la lentezza, pratica la pedagogia della lumaca, come avviene nella nostra “Università del Tempo ritrovato” del San Martino.

Non a caso in un ex manicomio, memoria di tanto patimento e infelicità, noi abbiamo trovato una briciola di serenità, giocandoci sino al limite, in fondo in fondo, il coraggio della fragilità. Oltre il giardino/la paura del coraggio. Il giornale e la regola di una redazione speciale: persone semplici che si sentono a volte poeti mancati, ma non sono mai mancati: hanno avuto il rigore di coltivare con discrezione il proprio pudore, tra il coraggio di essere se stessi e la paura di mostrarsi troppo, esporsi con le parole per poi salvaguardarsi in un dignitosissimo silenzio. Perché  la poesia non si compie solo nella scrittura, anzi si concepisce nel silenzio e nel silenzio, accarezzata dall’inconsolabilità del vivere, prende coraggio. La poesia.

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