il tempo nella dimensione dell’universo : intervista all’astrofisico Corrado Lamberti

Scrivere del tempo, tema vasto con implicazioni filosofiche oltre che fisiche, non è cosa facile; ed è proprio sul tempo fisico e sulla percezione che abbiamo di esso nei rapporti con l’Universo che s’impernia la chiacchierata che come “Oltre il giardino” ho fatto con il professor Corrado Lamberti.

Il tema è affascinante e sono persino un po’ intimorito dai discorsi che potrebbero uscir fuori, ma l’intervista è molto accattivante e, a conti fatti, non risulta piena di quei tecnicismi che ci si potrebbe aspettare da un ricercatore in astrofisica. Con la prima domanda andiamo subito dritti al punto.

Professor Lamberti ci spieghi la differenza nella percezione del tempo tra il nostro vivere quotidiano e quello della storia dell’Universo.

Le due scale temporali sono incommensurabili. Il nostro tempo è meno di un battito di ciglia nei confronti dell’età dell’Universo. E non parlo del tempo che è dato da vivere a ciascuno di noi, come persona. Parlo dell’età della nostra specie. L’Homo Sapiens Sapiens ha colonizzato l’Europa da un tempo che è solo la milionesima parte dell’età del Cosmo. Da quando gli ominidi Australopitechi popolavano le pianure dell’Africa Orientale è passato qualche milione di anni, e ci sembra molto: ma l’Universo ha la bellezza di 13.700 milioni di anni. Davvero non c’è confronto. Per noi umani è difficile percepire queste proporzioni, benché non impossibile. Purtroppo, però, sono poche le persone che hanno la curiosità di confrontarsi con la storia dell’ambiente che ci troviamo ad abitare. Intendo l’ambiente cosmico. Ed è sconfortante prendere atto dei risultati di certi studi sociologici che ci dicono come normalmente le persone abbiano una scarsa attenzione per lo studio del passato, nonché orizzonti temporali limitati per il futuro: sono un’infima minoranza coloro i quali si interrogano su cosa saranno e cosa faranno fra 10 o 20 anni. La stragrande maggioranza delle persone sa proiettare il proprio interesse nel futuro per non più di 2 o 3 anni.

Questo orizzonte temporale così limitato che cosa comporta?

Comporta una cronica carenza di disegni strategici. E qui non parlo di progetti individuali, ma di programmi per la sopravvivenza e il progresso della nostra specie. Operiamo pensando al prossimo domani, quasi mai al prossimo secolo, meno che mai al prossimo millennio. Non lo facciamo noi, non lo fanno i gestori della cosa pubblica. Così le nostre azioni collettive entrano inevitabilmente in conflitto con tutto quello che ci circonda, in primo luogo con il nostro pianeta, con l’ambiente. L’esempio più eclatante è quello dell’energia. La nostra tecnologia fa man bassa delle risorse di idrocarburi con una velocità che è diecimila volte maggiore di quella che i processi geologici richiedono per ricostituirle e quasi non ce ne accorgiamo. Anzi, lo sappiamo, ma attenti come siamo solo alle impellenze dell’oggi e del domani, trascuriamo di considerare le conseguenze per le generazioni future. Un analogo discorso si potrebbe fare per il clima e per i mutamenti che stiamo determinando con politiche scriteriate e miopi.

Quindi noi non andiamo con i ritmi della natura?

Pare proprio di no. La nostra società è ubriaca di frenesia tecnologica. La scienza viene sfruttata per le opportunità che offre, ma non viene ascoltata quando lancia moniti. La rincorsa del profitto a breve e l’equazione tempo = denaro ha scardinato il rapporto, basato su razionalità e sobrietà, che gli esseri umani dovrebbero intessere con la loro casa comune, la Terra.

Qual è, da umani, il rapporto che abbiamo con l’Universo?

Quanti sono coloro che sentono la necessità di rapportarsi all’Universo? Ben pochi. Eppure non c’è nulla di più naturale, e intrigante, e affascinante di chiederci, dopo aver alzato gli occhi al cielo, qual è lo scopo della nostra esistenza, non come individui, ma come specie, e quale ruolo debba avere sul proscenio cosmico questa nostra società di esseri intelligenti, relegata in questo piccolo pianeta delizioso alla periferia della Galassia.

Qual è, secondo lei, la molla che potrebbe spingere un giovane a diventare un astrofisico?

Sicuramente non la prospettiva di lauti guadagni… Si viene spinti dalla curiosità di dare un senso, una spiegazione, alla nostra esistenza e a quella dell’Universo. L’astrofisico moderno è l’equivalente del filosofo della natura di 2500 anni fa. Le domande fondamentali sono le stesse di allora: oggi però abbiamo anche gli strumenti per dare risposte non mitologiche o metafisiche, ma razionali, concrete e quantitative. E questo è semplicemente inebriante! Ora, lei mi trovi un altro lavoro del quale si possa dire altrettanto: ecco la spinta che i giovani dovrebbero avvertire!

Ritornando al tema iniziale, qual è la correlazione che c’è tra tempo e spazio?

Qui rischiamo di entrare in argomenti troppo tecnici. Bisogna innanzitutto capire che cosa è il tempo, e già solo questo non è impresa facile. Sant’Agostino diceva: “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so, ma se dovessi spiegarlo, non lo saprei fare”. Per Newton il tempo è un’entità immateriale che scorre per tutti sempre con la stessa velocità, sempre nella stessa direzione. Einstein sovverte questa visione: ogni osservatore, a seconda della velocità a cui si muove, e a seconda della posizione in cui si trova (in presenza di campi gravitazionali più o meno intensi) ha un suo tempo proprio, che scorre diversamente da quello di ogni altro osservatore. È un’idea del tempo alla quale non siamo avvezzi, ma è la sola corretta. Per nostra fortuna, nella vita di tutti i giorni, ossia in condizioni fisiche non estreme, possiamo continuare a usare la concezione newtoniana, che è sicuramente più semplice e immediata, benché filosoficamente e fisicamente non vera.

L’intervista si conclude e (è il caso di dirlo) mi sembra che il tempo sia volato velocemente. Alessandra, una delle fotografe della redazione che mi ha accompagnato durante l’incontro, chiede al professor Lamberti di poterlo fotografare nel suo studio. L’occhio mio e quello della fotografa si posano sulle molte riviste apoggiate sulla scrivania, ma soprattutto su uno strumento che ben poco ha a che fare con l’astrofisica: un violino, appena acquistato. L’ultima domanda mi nasce spontanea.

Professor Lamberti è anche musicista?

No, questa è una vera pazzia, un regalo che mi sono fatto per il compleanno. Il violino è uno strumento che mi ha sempre affascinato, una vera ossessione: mi piacerebbe tanto imparare a suonarlo e per ora ci sto provando da autodidatta, ben sapendo che è un’impresa disperata. Ma sono queste le sfide che mi piacciono maggiormente. Comunque, la musica ha in comune con l’Universo il profondo, appagante, bisogno di armonia. Anche la musica vive di tempo e di tempi. Un po’ come il Cosmo.

Cristiano Stella

Un pensiero su “il tempo nella dimensione dell’universo : intervista all’astrofisico Corrado Lamberti”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *