editoriale numero 12

Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualche cosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti poi la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita.

(Steven Bradbury)

Murati vivi

Persone, non muri o mattoni, belle persone con un cielo grande dentro e l’infinito nello sguardo.Lo chiamano disagio mentale e gli mettono un muro davanti, uno dietro e uno sulle spalle.
Murati vivi da chi lì vede così: come un ostacolo alla loro fretta di
fuggire dalla realtà, dalla lettura delle complessità. Si vive di pancia:
buono o cattivo? Innocente o colpevole? Matto o sano? Senza dettaglio sfumature.
Approfondire? Non c’è tempo. Così succede anche con i migranti. Si discrimina a pioggia. Ognuno ha una sua storia particolare ma, di tante storie personali, si fa un unico muro di pregiudizio a nome: “Clandestino”.
Per il diverso non c’è luogo o posto: si va di corsa, questo mondo non ha tempo di fermarsi. E ancora è purtroppo vivo lo stigma verso la malattia mentale.
Nonostante tutto ciò i nostri coraggiosi redattori spesso scendono
in piazza a raccontare il loro disagio. E alla Fiera del libro, in libreria
Feltrinelli i nostri redattori si raccontano in prima persona e ogni volta è un successo eclatante di umana cittadina partecipazione.
Giusy ha vent’anni. Ha scritto un libro coinvolgente dove racconta di sé senza filtri. E così i suoi “letterari” ricoveri in psichiatria diventano motivo di dialogo con i suoi coetanei:
«Sai, non pensavo nemmeno arrivassi ai vent’anni ! – le confida una
“vecchia” compagna di scuola che rivede dopo anni, dopo una lunga
chiacchierata, confessandole: «Giusy ma sei diventata un’altra! Quanto sei saggia! Devi venire nelle scuole a parlare della tua esperienza!».Giusy, come gli altri redattori di Oltre il Giardino, vorrebbe andare a testimoniare – la sua rivincita con il giovane passato doloroso – nelle scuole al motto di: “Emozioni non solo nozioni!“, ma la scuola fatica ad aprirsi a queste iniziative, fa parlare i soliti addetti ai lavori, quelli dei convegni dove si parlano addosso psichiatri e psicologi per poi approdare nelle scuole, teorizzando fumose prevenzioni al disagio, tra gli sbadigli e la noia degli studenti, la noia che è il primo dei mali da sconfiggere.
Marco è geniale, tanto geniale che tanta genialità gli si rivolge contro. Lo stigma è dentro di noi. Lo stigma è tra gli addetti ai lavori, al punto che Marco se terrà la sua magistrale lezione su “mito e l’amore” all’università del Tempo Ritrovato del San Martino, è perché l’abbiamo voluto fortemente noi della redazione, tanto da imporlo a fatica. Da noi, in Oltre il Giardino, Marco è stato e sarà sempre un punto di forza!
Questo mondo non ha tempo di fermarsi. Si discrimina a pioggia. Eppure l’ombrello del tempo e della memoria ci ammonisce e insegna che tutto questo è già successo. La storia si ripete. E il San Martino per una coraggiosa pattuglia di poeti e fotografi diventa l’icona di tutte le accoglienze difficili. Oggi, con l’arrivo dei migranti, è la Stazione Centrale San Giovanni il luogo del disagio, un tempo era il manicomio San Martino. (Negli anni Sessanta sì è avuto il massimo delle presenze all’ex manicomio, duemila persone, storie di alcolismo e altro, la maggior parte immigrati dal Sud, spaesati e tormentati dallo sradicamento dalle terre natie).
«Il colle del San Martino non è il monte olimpo degli sfigati ma il
nostro Parnaso sacro alle muse della poesia», dichiara orgoglioso
Marco.

Olimpiadi quotidiane.
È ancora lì
per molti
il muro
di Berlino
asociale e duro in un
NORMALE scalino.

Persone, non muri o mattoni. C’è desiderio di abbracci, ponti, fratellanza. La disuguaglianza, la povertà, ipotizza nuovi nemici. Ma
il mondo è sempre più piccino e le distanze abbreviandosi fragili. E
la fragilità è nel cuore dei coraggiosi e la paura nella pancia di chi
istintivamente grida al nemico. E il nemico è spesso dentro di noi:
nel non accettarsi, nel non volersi bene, nel guardarsi allo specchio
vedendosi come imperdonabile estraneo. Ma no! Si è cittadini del
mondo comunque, nonostante. Sempre.

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