Flash di quotidiano dolore… da un reparto di rianimazione

triv 02Guardi un uomo negli occhi prima che muoia (e magari la tua sarà l’ultima faccia di questo mondo che avrà visto), poi vai a casa da solo come nulla fosse, ti scaldi la zuppa e aspetti di guardarne morire un altro domani.

Decine di divise, tutte dello stesso colore. Decine di cuori, tutti diversi, corrono su e giù per questi corridoi spogli ma ben puliti. Ogni divisa bianca e azzurra racchiude dentro sé ben più di un corpo al servizio di un altro, ben più di un insieme di muscoli che si contraggono coordinatamente per realizzare un movimento terapeutico. In ogni divisa alberga un vissuto, un cervello, un cuore. In ogni divisa si muove un’anima diversa; a volte questa anima scalpita, a volte sembra assopita.
Cosa vedono tutti i giorni queste anime vestite di un camice? Vedono dolore, vedono sofferenza fisica e spirituale, vedono malattia, vedono pianti disperati, vedono troppo spesso la morte e, di conseguenza, intuiscono e percepiscono la vita… forse in un modo malato.
Decine di corpi immobili e nudi giacciono sui letti tecnologicamente più ospitali. Corpi muti, corpi immobili, corpi allacciati alla vita da fili e tubi artificiali. Questi corpi, come le divise bianche e azzurre, ospitano a loro volta delle anime. Questa volta, però, sono anime che non fanno altro che pregare di restare su questa terra per continuare a vivere nel corpo ormai malandato in cui sono cresciute o, magari, solo per salutare prima di andare via chiudendosi la porta alle spalle.

Le anime in divisa si incontrano e si scontrano con le anime intrappolate nei corpi stesi.

Il lavoro in ospedale non è facile. Il lavoro in un reparto di Rianimazione lo è ancora meno; la difficoltà è sia tecnica, sia emotiva. Ed è quest’ultima l’insidia che mette davvero alle corde. Il lavoro a quotidiano contatto con la sofferenza fa crescere solo se, da questo, si è disposti a imparare. Lo siamo davvero? Abbiamo davvero tanta forza? Oppure un modo per mettere la testa sotto la sabbia lo troveremo anche noi, come tutti?
Tubi, respiratori, monitor, cateteri. Suoni elettronici continui, allarmi, porte che sbattono e vociare confuso. Luci artificiali, colori tenui. Violazione del corpo altrui. Lacrime. Tutto questo, dopo qualche anno di lavoro, viene chiamato “casa”. Tutto questo viene presto catalogato come normale. Tutto questo viene spesso trovato patologicamente piacevole. Per sopravvivere all’inferno bisogna diventare parte di esso, altrimenti ci si fa male. Altrimenti si rischia di scoppiare.
Ogni tanto una soddisfazione aiuta a guardare avanti con ottimismo, ogni tanto qualcuno si salva e, ogni tanto, qualche ex malato torna a ringraziare con le sue gambe chiedendo, magari, di uno di noi in particolare. Pochi. Non perché alla Rianimazione sopravvivano in pochi, ma perché gli s-fortunati difficilmente hanno memoria del tempo passato nella semi-coscienza. Le soddisfazioni del recupero di questi uomini e donne s-fortunati si hanno nei mesi e negli anni successivi, quando ormai non hanno più bisogno di quelle divise bianche e azzurre che non gli toglievano gli occhi di dosso neppure per un attimo nel momento peggiore; di quelle divise che, a fatica, riuscivano a mettere a fuoco, ma con le quali si sono inconsapevolmente incontrati e scontrati.

Andrea Pagani  (fino a pochi mesi fa infermiere in Rianimazione)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *