Il tempo che fugge (Venti anni fa successe)

foto demirEra l’estate del 1992, avevo diciassette anni e non avevo grilli per la testa; solo, una ragazza di due anni e mezzo più grande di me, di cui ero perdutamente innamorato.
In quel periodo però il rapporto vacillava un po’: la mia “morosa” si sentiva intrappolata in una bolla, e i due anni passati con me cominciavano a pesarle. Il fatto di non avere avuto modo di confrontarsi con altre persone della sua età o più grandi la faceva soffrire e provare insofferenza nei miei confronti.
Con queste belle premesse, decisi di passare un periodo di una settimana con mio padre in Valle di Muggio, località montana svizzera pochi chilometri sopra Mendrisio.
Eravamo ospiti della compagna di mio padre; in uno chalet molto carino, dotato di un generatore elettrico e addirittura di un telefono.
Appena arrivati, mettemmo a posto i bagagli, le provviste nel congelatore e, da subito, cominciai a provare un’ansia fortissima; non facevo altro che pensare alla mia ragazza e al fatto che volesse lasciarmi. Cercai di nascondere questo sentimento leggendo e parlando del più e del meno con mio padre e la sua compagna, che erano molto ben disposti nei miei confronti, e devo dire che tennero impegnati i miei pensieri in qualche modo. L’ansia a momenti diminuiva, e tra un’escursione di trekking e la visita a qualche alpeggio, mi distrassi un po’. Conobbi persino un signore che in alta montagna aveva una connessione a una rete di computer che gli permetteva di comunicare a distanza con l’Africa, paese di cui lui era innamorato. Il termine “internet” non era in uso a quei tempi, ma fui quasi inconsapevole testimone di una delle innovazioni più rimarcabili di questo che è diventato il nuovo secolo.
La mia situazione sentimentale però mi continuava ad attanagliare; non ero più sicuro di niente, la paura di essere lasciato mi dilaniava e invadeva la mia testa; al quarto giorno di agonia decisi di telefonare alla mia fidanzata. Le parole “Sì, ti amo anch’io” e “Mi manchi anche tu”, suonavano fredde e distanti anni luce, dette da una persona che ormai ti considerava solo un peso per la sua libertà ed emancipazione. Non dissi niente a mio padre e alla sua compagna, mi rimisi a leggere in compagnia dei ghiri che imperversavano nelle intercapedini della mansarda. Ascoltando la radio poi mi imbattei nell’ultimo singolo di Elio e le storie tese, dal titolo «Servi della gleba» : per chi non la conoscesse, la succitata canzone narra in chiave ironica e demenziale la sudditanza che esiste tra un giovane uomo (servo della gleba) e la sua amata, che invece non lo considera per niente. La presi sul ridere, ma la cosa che mi sconvolse ancora di più di quel soggiorno in montagna, fu apprendere sempre dalla radio di un attentato mortale in Sicilia, dove persero la vita il giudice giovanni falconeGiovanni Falcone e la sua scorta.
La mafia colpì con spavalda audacia, nonché sicurezza, quello che stava diventando un simbolo vivente della lotta a quest’ultima; un uomo che insieme a Paolo Borsellino si faceva portatore di un messaggio di forza, onestà e speranza, contro un fatalismo e un cinismo tipici della cultura mafiosa. Fu una notizia shoccante, che come sappiamo ebbe forti ripercussioni a carattere nazionale e non.
Era finito ormai il tempo della vacanza in montagna; la ragazza infine mi lasciò e io presi una brutta “piega” man mano, ma questa è un’altra storia; sta di fatto che ormai sono passati vent’anni, il tempo fugge, e io dico “Meno male!

Demir Regalia

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