LA TERAPIA DEL DIARIO

alina rizzi
alina rizzi scrittrice e arteterapeuta

La scrittura è terapeutica. Su questo punto ormai sono concordi medici e psicologi. Tenere un diario è consigliato a chi segue un percorso di psicoterapia, ma non solo. È consigliato anche a chi segue una dieta. A chi ha problemi di coppia, a chi soffre di dipendenze varie: dal cibo, all’alcol, allo shopping compulsivo. Il diario serve a monitorare i propri stati d’animo, le emozioni, le rabbie, i pensieri che non si possono esprimere a voce alta. Serve per creare un fil rouge tra i giorni, così che non vadano dispersi o non li si senta distaccati gli uni dagli altri, avulsi dalla propria vita, dal proprio progetto. Serve soprattutto perché il pensiero scritto diventa “vero”. Le paure scritte diventano guardabili (leggibili). Le insicurezze riportate sulla carta possono essere affrontate con più calma e meno angoscia. La rabbia trova un luogo dove depositarsi per essere accolta.

Il dolore scritto non è meno doloroso, ma più accettabile, comprensibile a volte.

La poetessa americana Anne Sexton, negli anni Settanta del secolo scorso, forse non sarebbe mai diventata famosa se il suo psicologo, per aiutarla a superare la depressione di cui soffriva, non le avesse consigliato di scrivere poesie. Lei accettò il consiglio e la cosa la coinvolse tanto che decise di frequentare un corso specifico di poesia con Robert Lowell. In quegli anni la poesia confessional, cioè la poesia che racconta di sé, della propria vita, della propria esperienza, era una novità apprezzata e Anne Sexton si trovò a recitare davanti a centinaia di persone i propri versi e il proprio dolore. Il suo malessere divenne quindi esprimibile e condivisibile, e forse per qualche tempo meno intenso o comunque gestibile. Al momento in Italia esistono diversi corsi di scrittura terapeutica. È bene non confonderli con quelli ancora più numerosi di scrittura creativa, che mirano sostanzialmente a insegnare come scrivere un buon testo in prosa: romanzo, racconto o poesia. Dove si pratica la scrittura terapeutica non è importante scrivere bene e la grammatica non viene neppure nominata. Quello che conta è imparare a esprimere ciò che si prova attraverso le parole scritte. E poiché non per tutti è facile e immediato, si offrono spunti, esercizi, argomenti su cui lavorare, per imparare a fare ordine tra i propri pensieri. Scrivere, fondamentalmente, è un modo per ricordarsi di sé. Anche nel caos estremo è possibile trovare una chiarezza di fondo che è, appunto, seguire la propria voce. Si può scrivere come respirando, spontaneamente, tranquillamente, lasciando fluire le parole senza l’ansia di sapere dove ci condurranno. Fiduciosi che troveremo un nostro ritmo interiore. È così che la scrittura diventa una necessità, che giorno dopo giorno riflette, osserva e commenta ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Se poi subentra un desiderio di condivisione, allora il laboratorio, il gruppo, è il luogo in cui proporsi senza il timore di un giudizio, al contrario di ciò che avviene nei Blog, i nuovi diari virtuali che affollano internet, dove tutti hanno da dire, raccontare, commentare pubblicamente, e si aspettano una risposta o quantomeno di essere letti da quanta più gente possibile.

Esperienza personale

Nella primavera del 2009 ho tenuto un corso di scrittura biografica dedicato alle donne e improntato sui diari di scrittrici molto note. Gli incontri di gruppo (eravamo in cinque) prevedevano cinque incontri settimanali, ma i risultati sono stati così soddisfacenti che abbiamo chiuso il laboratorio dopo undici. Ciò che è stato fondamentale per me, che amo e lavoro con le parole, è stato poter trasmettere la mia esperienza di scrittura terapeutica, a cui mi sono sempre affidata nei momenti più bui della vita. Le donne che hanno partecipato non avevano mai tenuto un diario e non sapevano se lo avrebbero fatto in seguito: desideravano più che altro sperimentare e conoscere i diari di altre donne. Ebbene, credo abbiano avuto ciò che cercavano e qualcosa di più. Alla fine tutte tenevano il loro diario e so che nel tempo hanno proseguito. In due casi soprattutto ho notato il valore liberatorio del lavoro svolto. Il diario è diventato necessario, perché le cose che si scoprivano scrivendo erano sorprendenti. Sul quaderno sono apparsi pensieri, sentimenti, delusioni che non avevano mai varcato la soglia delle labbra. Ciò che pareva indicibile è diventato possibile e reale sulla carta.

Foto di copertina  il libro “la danza matta” di Alina Rizzi, scrittrice e arteterapeuta

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