Ognuno ha un suo modo di scrivere quasi conforme al proprio disagio

Ognuno ha un suo modo di scrivere quasi conforme al proprio disagio…
persino la punteggiatura ha il respiro più vicino al loro disturbo…
Mondo incredibilmente ricco nella diversa spontaneità: da provare imbarazzo nel correggere – persino – gli errori grammaticali…
Che meraviglia di fragili equilibri il nostro giornale! Le nuvole come virgole, il sole un apostrofo tondo e una malattia psichica chiusa tra parentesi…
Che meraviglia questa redazione da ritmi da siesta messicana… tempi lenti lenti lenti…
Presente e assidua – la redazione! – seppure nella discontinuità di un disagio che rende poi una festa ogni ritorno.
Nei tempi fragili di un gruppo di improvvisati reporter perennemente in affettuosa convalescenza… A voi lettori portatori sani di una società frenetica e compulsiva idealmente vi porteremo il tè caldo a letto e il bacio in fronte prima di addormentarvi…

Noi “malati” ci prenderemo cura di voi e prima di rimboccarvi le coperte e spegnervi l’abat-jour sul comodino accarezzeremo i vostri sogni con “Oltre il giardino”: il nostro periodico senza alcun obbligo di perentoria periodicità che… quando esce dalla tipografia lo fa quasi stupito come un raggio di sole dopo il temporale. Una rivista poetica dai tempi d’ascolto da “ozio creativo” senza ansia di prestazione o risultati prescritti da un budget di pubblicità. Caspita! Un giornale che non considera come principio “aziendalistico” la malattia, ma lo “stare bene”.
Il “benessere”! E così è: giocarsi lo scrivere di sé, con linguaggio poetico; la poesia scardina ogni imbarazzo del politicamente corretto; “i matti torneremo a chiamarli matti”, ma non per pregiudizio o per prenderne distanza ma nell’autenticità di dare il nome giusto alle cose: ad un dolore ad un disagio ad una diversità. La poesia può anche sfidare l’impossibile, l’improbabile sorridere… fare notizia parlando del bello… lo scandalo dell’innocenza… la bellezza ci salverà…
“Non” abbiamo spirito competitivo da “profitto”, l’equazione tempo/denaro porta in malata frenesia il mondo sul lettino dello psicanalista o alla peggio nel reparto psichiatria.
Idealizziamo una comunità di sani intenti dove i malati non siano solo tornaconto o numeri da codici a barre, ma lettere di un alfabeto vivo, umano e condiviso…un’appartenenza ad un mondo solidale dove i vicini di casa non siano solo potenziali serial killers, dove i malati mentali non siano vittime di pregiudizi di vecchio stampo o scandalo da rotocalco tipo anni Sessanta, “sbatti il mostro in prima pagina / matto esce di casa e…” Dicono le statistiche che dagli anni Ottanta ai nostri giorni non è aumentata la criminalità ma è triplicato lo spazio dei media di parlarne in modo morboso: per soffermarsi ore ed ore su Avetrana, Brembate, Cogne, Erba, paesi un tempo anonimi ora mete pittoresche da turismo del thriller.
Noi si giocava con il plastico dei trenini Rivarossi… Signor Bruno Vespa! Se molti giornali seminano paure e sensi di colpa con titoli malati di terrore già dalla prima pagina procurando nuovi clienti ai nostri amici psichiatri… allora… “La vita è uno stato mentale”, dice Chance, interpretato nel film “Oltre il giardino” da un eccezionale Peter Sellers, un giardiniere analfabeta e non più giovane, che non è mai uscito dalla casa nella quale ha lavorato per tutta la vita. In un mondo concentrato solo ad apparire e far soldi, un omino gentile, che si preoccupa di una piantina, non deve essere per forza un demente.
E se fosse un santo?

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