In quella distesa blu…

dove non si possono dire bugie

Diario di bordo del viaggio a Creta in barca a vela
per un convegno sulla promozione della salute negli ospedali

Tutto iniziò al Nèp di Como. A una riunione chiesero chi volesse far parte di un gruppo organizzato per un convegno in Grecia, a Creta, in barca a vela, il cui intento era quello di relazionarsi, al di là della malattia, e quindi fu così che ne feci parte accettando l’invito.

Voglio precisare che cinque anni fa mi fu diagnosticata la depressione atipica, questo per precisare che nel gruppo c’erano sia medici che persone con determinate patologie, ma l’intento del progetto di quel viaggio era anche appunto di relazionarsi l’un con l’altro, al di là del ruolo, ma proprio come persone. Organizzato il gruppo, iniziò il viaggio. Partenza sabato 2 maggio 2009, da Malpensa.

C’era davvero molto entusiasmo. Eravamo in otto compreso lo skipper; lui ci raggiunse ad Atene il giorno dopo, insieme al dottor Formenti, mentre noi (cioè dottor Mastroeni, Claudio, Tomaso, Andrea, Nicola ed io) partiamo per Atene, circa due ore di volo, dove atterriamo… Atterrati ad Atene, sbrigate le formalità, con un autobus ci rechiamo al porto.

La temperatura era giusta, né caldo assillante ma nemmeno freddo, era davvero stupendo iniziare quell’avventura; già ci si immaginava in quella distesa blu, dove non si possono dire le bugie. Talmente è bello. Quindi arriviamo al porto. I nostri visi disegnavano il nostro stato d’animo. Scesi dal pullman, coi nostri bagagli arriviamo al porto dove ci attendeva la barca, e così fu. Una breve sistemazione dei posti e ci accordammo sulle mansioni da svolgere. Io scelsi la kambusa. Quindi in tre ci recammo al supermercato, per fare le provviste.

L’ambiente era quello del Sud, alberi e vegetazione tipicamente africana, e comunque del Sud. Terminate le operazioni di provviste, dei viveri, tornammo alla barca, e sistemammo il tutto. E così passammo la prima notte. Il giorno dopo, domenica 3 maggio, arrivarono lo skipper, Giuliano e il dottor Formenti. Si iniziò a decidere le località e la rotta da percorrere, e il tempo che ci sarebbe voluto, calcolando le condizioni meteorologiche e del vento e del mare. Aegina era la località prescelta, dove arrivammo dopo una navigazione che durò tutto il giorno. Tutto era molto affascinante. La vela ha qualcosa in più; sospinta dal vento, cavalca le onde con il tipico ondeggiare e l’aria che ti avvolge in quella distesa blu; in ognuno di noi c’era una intesa, sottaciuta e a volte espressa, esternata, che fra l’altro è la miglior cosa, perché il sottacere può nascondere equivoci, cioè si può travisare e questo è ed era anche uno degli scopi, forse il principale, di quel progetto: far capire alle persone nella vita normale che, può essere in una barca a vela o in un condominio o per strada, la parola è il principale mezzo di comunicazione che chiarisce e sgombera ogni dubbio. E fu così su quella bellissima barca.

Venne a cadere il rapporto paziente-medico, ma venne a crearsi un rapporto medico–persona e paziente-persona, e presto diventò una vera famiglia senza essere ipocriti, o se volete un buon vicinato. Il mattino dopo, cioè il 4 maggio 2009, siamo ripartiti per Milos, dove giungemmo di notte. La convivenza smussò a favore dell’uno verso l’altro, parti di noi stessi egoisti e si aprì il cuore dove tutto tace, dove in silenzio nasce il rispetto dell’altro in quanto esseri umani. Lo star bene dell’uno coincideva con lo star bene dell’altro.

Allora lì nasce qualcosa di buono, e il vento cantava, chi si metteva a prua chi a poppa, il tutto con le proprie mansioni, oppure momenti di assoluto relax, o chi si godeva l’ebrezza del timone, che per qualcuno era una esperienza nuova. Il tutto sotto l’occhio vigile dello skipper. Il 5 maggio 2009, nel tardo pomeriggio, ripartimmo per Creta, dove siamo sbarcati a Iraklion, la mattina seguente. Lì noleggiammo un’auto, e nel tardo pomeriggio andammo a Hersonissos, dove c’era il convegno. Svolgemmo le pratiche di iscrizione e ci fu offerto un buffet. Dopo un paio d’ore tornammo al porto. Il relazionarsi è molto importante e alla base di ogni convivenza c’è la cultura.

Un pilastro da cui non si prescinde al di là del ruolo. E questo fa sì che è stupendo quando all’improvviso compaiono i delfini, tutti gioiscono… come abbiamo fatto noi, senza trattenersi, e abbiamo dato un senso alla vita. Perché una vita senza emozioni non è vita; è un trascinarsi in qualcosa che alla fine logora, fisico e mente. Ringrazierò sempre il dottor Mastroeni e il Dipartimento di Salute Mentale di Como e il Nèp per avermi insegnato anche lì qualcosa e per avere potuto dire “grazie Signore di esistere”. E così arrivò il giorno del Congresso, il 7 maggio 2009, tarda mattinata. Il dottor Mastroeni, a nome di tutto il gruppo, ha presentato il filmato, il commento e i nostri obbiettivi. Ci sono stati fatti i complimenti; anche lì ho socializzato, relazionato e, parlando con una signora, che fra l’altro era anche psicologa, mentre si mangiucchiava qualcosa, ho riprovato la mia timidezza ed è stato anche lì come un rinascere. Piccole cose che rendono felici. Troppo bello il trasbordo con il gommoncino, per attraccare, per sbarcare dalla barca alle isole; cose semplici ma sono poi le più importanti. Sono sicuro che la malattia non è invincibile; quando un gruppo di persone, medici, educatori, e anche chi poi divulga le esperienze, che all’interno di un gruppo si vive, per portarle a conoscenza del pubblico, e anche chi si presta a dare un lavoro, tutta questa positività fa sì che il “malato” non si sente solo… beh il tutto involve a favore di una Civiltà con la C maiuscola.

Terminato il Convegno, tornammo al porto, dopo aver riconsegnato l’auto noleggiata. Verso le sette di sera siamo ripartiti da Iraklion per Folegandros, un’altra isola, dove arrivammo all’alba del mattino dopo. È importantissimo per chi soffre sapere che la luce c’è ancora e questo è il Nèp, con tutti gli sforzi, ovviamente, ma il risultato per chi partecipa attivamente è immenso, impagabile. Ci si realizza sia come ruolo che come persona, è molto gratificante. Ritorno al viaggio. Il primo giorno il mare era un po’ mosso e qualcuno, sorrido, non è stato bene ma poi è stato tutto fantastico. Ed è stato anche lì come rinascere. Quando il cuore sorride, sorride anche la voce. È stato bellissimo, quando insieme, seduti uno vicino all’altro, ci si ascoltava reciprocamente, senza prevaricazioni inutili; ognuno la sua storia, ognuno sé stesso. Il rispetto e la condivisione dei sentimenti reciproci. Ci siamo scambiati ognuno le proprie conoscenze, che nella vita servono sempre, l’umiltà, la grandezza di saper ascoltare l’altro, in silenzio e non “far finta di ascoltare…”, è una maleducazione. Ritorno alla vita sulla barca. La kambusa funzionò perfettamente.

Piatti semplici ma con l’ingrediente principe, l’amore. Vedere il dottor Formenti, nella veste, nella sua veste di persona come un’altra, sereno e sorridente mentre sbuccia un pomodoro, con la bandana… o Tommy accarezzare con amore un’insalata, beh tutto semplice ma appetibilissimo. Io lavavo i piatti e la cucina cioè la kambusa, e ho preparato anche il sugo, il tutto con l’azzurro del cielo da un finestrino, che si, era piccolo, ma ti apriva l’immenso. L’essenza non la si vede con gli occhi. La chiave di tutto era semplicissimo: è esser veri, cioè fidarsi a occhi chiusi, senza condizioni. Saper di essere accettati al di là del ruolo, dello status e quant’altro. Era bello quando sul tavolo si preparavano le rotte e i punti nave, gradi longitudine… e così via. Poi gli attracchi nei porti dove ognuno svolgeva delle mansioni, per agevolare lo sbarco, sempre sotto l’occhio vigile dello skipper a comandare le operazioni. Al Congresso di Creta ricevemmo i complimenti per l’idea del viaggio in vela. Da Folegandros siamo ripartiti verso le 18. Rotta su un’altra isola e poi per Atene.

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