un malato di frontiera

Un malato di frontiera

Per cominciare a parlare della mia storia di malattia psichiatrica, dobbiamo fare un passo indietro di quindici anni; era il Dicembre del 1994 ed ero uno studente di scuola superiore di 19 anni.

Ero indietro di un anno scolastico, perché mi avevano bocciato in seconda causa la mancanza di applicazione; ciò nonostante riuscii ad arrivare in quinta con una situazione più o meno accettabile. Vivevo con mia madre ed il suo compagno in una casa vecchia di Luino; i miei erano divorziati, ed i soldi che mio padre mi passava per il mantenimento finivano in casa, a cercare di colmare un bisogno importante, ed in qualche grammo di hashish, di cui facevo regolare consumo.

Una sera d’improvviso, alla già presente depressione causata dalla mia insoddisfazione personale e indigenza economica (mia madre non lavorava, ed il suo compagno solo sporadicamente), si aggiunsero senza preavviso le famigerate “voci” e l’insorgere di una personalità distruttiva e violenta, che prese il sopravvento sul mio vecchio “Io”.

Questi due fattori fecero in modo che il mio comportamento, ed i miei pensieri risultassero del tutto astrusi.

Parlavo (o meglio deliravo) con voce gutturale, diedi “spettacolo” a scuola insultando docenti e studenti, camminavo in mezzo alla strada incurante delle macchine, e via dicendo.

Insomma avevo perso il lume della ragione; la mia coscienza annichilita provava terrore per quello che stava succedendo: una volontà più forte e più grande di me aveva preso il sopravvento, non avevo più controllo, e fui di conseguenza ricoverato al reparto psichiatrico dell’ospedale di Cittiglio in provincia di Varese.
Il ricovero si trasformò in coatto, non appena vidi l’ago della siringa: colpii un infermiere, e me ne trovai quattro o cinque addosso, fui preso per il collo, mi sentii soffocare, di lì ad un attimo svenni.

Quando mi risvegliai, realizzai che ero legato ad un letto di contenimento in una stanza completamente buia; quella fu l’esperienza più devastante che provai in tutta la mia esistenza.

In un anno, grazie all’aiuto di medici molto validi, riuscii a riprendermi; ripetei l’anno scolastico, e conseguii il diploma di maturità.

Passai nove anni di relativa calma con qualche episodio psicotico, per fortuna facilmente gestibile.

Purtroppo nel 2005 (mi ero nel frattempo trasferito da mio padre a Campione d’Italia, e trovai come lavoro quello di portiere nei week-end al Casinò) ebbi un’altra “esplosione” della mia malattia, con conseguenti piazzate in pubblico; fui ricoverato alla clinica psichiatrica cantonale di Mendrisio.

casinò campione d'italia
Il casinò di Campione d’Italia

Fui di nuovo contenuto al letto per breve tempo, poi passarono cinque mesi prima delle dimissioni.

Devo precisare che dal 2005 al 2010 subii quattro ricoveri volontari (forse la malattia era migliorata?) nella clinica di Mendrisio.

Attualmente sono ospite della Comunità Arcobaleno di Musso, su consiglio del mio assistente sociale di Campione, e dei miei medici curanti in Svizzera.

Se devo fare qualche paragone tra l’esperienza italiana e quella svizzera rispetto alla psichiatria, posso dire che da entrambe le parti (a parte il primo ricovero che ricordo ancora con sofferenza) ho trovato molta umanità da parte di operatori e medici; si fa molto per combattere lo stigma sociale, vedi NéP, e Club ‘74, rispettivamente italiani e svizzeri, e forse la mentalità della gente comune a mio avviso sta leggermente cambiando nei confronti del malato psichico. Forse a Musso adottano più la tecnica del “pugno di ferro in guanto di velluto” rispetto a Mendrisio, ma se lo fanno è solo per spronarci a dare il meglio di noi stessi, e a non arrenderci.

Ho avuto momenti di sconforto legati all’ultimo ricovero, per qualche attimo nella mia testa era balenata l’idea di gettare la spugna, di mollare tutto, e di smettere di combattere.

Ho scacciato poi con tutte le mie forze quei pensieri, esorcizzandoli, parlandone con gli operatori; le parole di un prete poi, riportatemi da mia madre, mi infusero ancora la speranza e la voglia di lottare: “la vita, o una nuova vita possono cominciare anche a 35 anni.”

Adesso mi sento un po’ come un pugile che ha perso un incontro cadendo al tappeto per tre volte di seguito; il coach lo sta preparando per un nuovo match sottoponendolo ad un duro allenamento; lui si impegna con tutto se stesso, ma non riesce a fare a meno di ripensare all’ultima sconfitta.

Ad un tratto in lontananza avverte una sensazione simile a quella della vittoria, se non sarà un knockout secco, può essere benissimo un ko tecnico.

D’altronde, se si cade dalle scale, bisogna risalirle per forza dal basso!

comunità di musso
Momenti di vita nella comunità di Musso

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