Una copertina che invoca: “fratellanza”

n. 10
E chi l’avrebbe detto? 10 numeri “dieci” di un giornale intinto
nell’inchiostro della precarietà.
Senza alcuna certezza di essere puntuale, puntuale nella umana autenticità. Nel segno delle assenze e delle fragili continuità,
oggi presente più che mai: siamo al decimo numero! Ben Oltre il
giardino. Evviva!

OIG COVER 10-1

Una copertina. Questa. L’ultima. Commuove. La fotografia parla. In silenzio. Spacca l’at-timo. Spezza la parola. S’indigna. Commuove. La pietà. L’abbraccio. Straniero e fratello.
Il pane. Il sangue. La vita. Si chiude in sé. Si apre al mondo. Tace. Prega.
L’altro, Il diverso , lo sconosciuto, l’estraneo, lo straniero, questo è il tema di fondo che accoglieremo in questo decimo numero di Oltre il giardino. Certo a qualcuno il mondo va stretto (il nostro è fragile) e ad altri più largo, mai largo abbastanza per noi in fratellanza e solidarietà. Già! Noi di Oltre il giardino non abbiamo misura in accoglienza e condivisione. Se il colore degli occhi arricchisce il nostro
sguardo sul mondo, certo non sarà il colore della pelle a creare pregiudizi.
E poi siamo abituati a sentirci stranieri nella nostra città. Eredità di un tempo non lontano, se le discriminazioni verso i matti di allora, oggi hanno lo stesso stigma per gli extracomunitari, i migranti, i cosiddetti “clandestini”. I poveri … «Lo scandalo della povertà!», diceva Padre Turoldo.
E poi negli anni sessanta la maggior parte dei ricoveri al manicomio san martino, avevano un nome oggi ricorrente : “migrazione “. Lo sradicamento dalla propria terra natia portava a cadere in preda all’alcolismo, e di conseguenza per molti al ricovero in manicomio.
Oggi risulta più arduo cogliere il senso di quel passato doloroso, se, nonostante tutto, [la memoria dovrebbe insegnare ma – eppure ancora adesso – in nome di una presun-ta sicurezza e desiderio di normalità (?)] mezzo mondo è avvolto nel filo spinato, in recinti, muri, steccati, barriere di ogni tipo: barriere fisiche e mentali. A difesa di chi?«Il mondo che vi pare di catene tutto è tessuto di armonie profonde»,  Sandro Penna poeta scriveva a proposito della sua “diversità”.
il linguaggio poetico scardina il linguaggio politico, burocratico, politicamente corretto, corrotto. L’innocenza e la forza sono cardine del nostro giornale.
La dignità, il silenzio che dice, l’immagine che parla indifesa. L’attimo immortale, la sobrietà nel silenzio, il rispetto e la parola, l’ho imparata accarezzando la fotografia “alta e solidale” di Gin Angri. Dopo lo scatto. Il buio e la luce. Pudore e bestemmia. L’essenza e la parola nuda. Innocente, come a volte la follia, nuda e indifesa. La poesia.

«Tempo verrà in cui, con esultanza, saluterai te stesso arrivato alla tua porta, nel tuo proprio specchio, e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro e dirà:
Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io. Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato per tutta la tua vita, che hai ignorato per un altro e che ti sa a memoria. Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore, le fotografie, le note disperate, sbuccia via dallo specchio la tua immagine. Siediti. È festa: la tua vita
è in tavola.» (D. Walcott).

La poesia accarezza esilio e memoria.

Si chiamava Moammed Sceab
discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
e non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
riposa
nel camposanto d’ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
e forse io solo
so ancora
che visse.
(Giuseppe Ungaretti, in memoria, 1916).

la poesia fatta seme, in un ex manicomio ha fatto sbocciare una rosa senza tempo: “Oltre il Giardino ”.

Mauro Fogliaresi

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